Un mondo senza Paul Auster

“La tastiera mi ha sempre intimidito […] La penna è uno strumento molto più primitivo […] Senti che le parole sgorgano dal tuo corpo e poi immergi quelle parole nella pagina. Scrivere ha sempre avuto una qualità tattile per me. È un’esperienza fisica.” [intervista a The Paris Review, 2003; T.d.R.]

È iniziato bagnato, questo 1° maggio 2024. Sin dal mattino, un cielo plumbeo e greve d’acqua spadroneggia su quella che dovrebbe essere una giornata di festa tra manifestazioni sindacali, scampagnate, concertoni e gite al mare. Come un dardo scoccato dall’ignoto che colpisce all’improvviso direttamente al cuore, e lascia senza fiato, ho appreso la notizia della tua scomparsa, Paul. La cosa mi sconvolge. Sapevo della tua malattia per averlo letto, solo pochi mesi fa, dalle pagine di The Guardian: in quell’intervista comunicasti al mondo di essere approdato a Cancerland e che Baumgartner (2023) sarebbe stato il tuo ultimo romanzo. Ho sperato, ed egoisticamente desiderato, che guarissi per tornare a deliziarci con le tue storie di coincidenze, caso, mistero, solitudine, esistenze vitree sì, ma mai prive di speranza. Anche il cielo ha pianto per tutto il giorno…

“4 3 2 1”, P. Auster, 2017 [v.o.]

Non so se sia stato un presentimento, ma giusto un mese fa ho deciso di affrontare una lettura impegnativa, come le circa 900 pagine del tuo romanzo-saga 4 3 2 1: l’avevo acquistato quando uscì, in inglese [ho sempre continuato a leggerti “solo” in inglese, nella tua prosa irripetibile, irreplicabile, inimitabile] e, come a volte mi capita, lo avevo tenuto da parte, in attesa del momento in cui mi avrebbe “chiamata”. Ed è arrivato, quel momento. Mi commuove sapere che il tuo lavoro più corposo, più personale, più totale tu lo abbia dedicato a Siri Hustved, tua moglie nonché scrittrice lei stessa. Un testamento letterario. Appena lo avrò terminato, affronterò anche l’ultimo capitolo, quel Baumgartner che conclude la tua parabola letteraria: a quel punto avrò letto tutto quello che hai scritto. Poi, potrò solo ri-leggerti.

«Questo sentimento della fragilità della vita non smette di tormentarmi. Esso dà al tempo stesso una grande gioia – quella di essere vivi – ma anche una immensa paura: si può così facilmente perdere le persone che si amano» [P. Auster, 1998]

Il mio primo incontro con te è avvenuto sulle pagine di The New York Trilogy [1985]. Ed è stato subito amore! Ero studentessa di letteratura anglo-americana all’epoca e stavo frequentando un seminario dal titolo “A spasso per New York: spazio urbano e paesaggio interiore”, condotto dal Prof. Ugo Rubeo, poi mio relatore per la tesi finale [che ho scritto su di te!]. Tra la bibliografia proposta compariva, tra gli altri, la tua Trilogia di New York. Lo comprai, lo lessi avidamente e da quel momento niente fu più come prima: leggerti mi ha cambiato la vita. Ho iniziato allora a documentarmi sulla tua produzione letteraria, saggistica e narrativa; sui saggi scritti sulla tua opera da insigni studiosi – americani francesi italiani. Diventai bibliofaga: consumavo le pagine dei tuoi romanzi con la stessa voracità con cui la persona ingorda si porta una manciata di patatine alla bocca. Immagine poco elegante, lo so, ma rende l’idea. Fino a quel momento, non avevo ancora trovato un argomento sufficientemente accattivante, da farne l’oggetto della mia tesi. Poi, ogni dubbio scomparve: avrei scritto di te e ti avrei conosciuto.

In poco tempo mi ero trasformata nella fondamentalista di una nuova religione laico-intellettuale, avente lo scopo precipuo di parlare, evangelizzare e convertire, chiunque avesse incontrato, all’ “austerianesimo”. Gli amici e il mio compagno dell’epoca furono i primi adepti. Riuscii talmente ad entusiasmarli con i miei racconti sulle tue storie, che si adoperavono in mille modi per segnalarmi qualsiasi articolo, trafiletto, intervista apparsi su riviste e quotidiani, nazionali e non; e regalarmi libri. Ero diventata monotematica nelle conversazioni, ma non potevo farci niente. Non potevo non parlare dei tuoi romanzi. Penserai che esagero, che li avrò annoiati a morte. Niente affatto. Mi vedevano entusiasta ed erano felici per me, incredibile ma vero! Un giorno, il mio ex-compagno tornò a casa con una borsa piena di libri: era stato a La Feltrinelli International di via Emanuele Orlando a Roma, e l’aveva praticamente svaligiata di tutti i tuoi titoli – «Li ho presi tutti», mi disse [tutti quelli editi fino a quel momento, n.d.r.]. Fu il regalo più prezioso che potessi ricevere.

Nel frattempo, erano usciti anche i tuoi film: quei capolavori di Smoke e Blue in the Face [1995], scritti insieme al regista Wayne Wang; e il tuo Lulu on the Bridge [1998] di cui fosti anche regista. Forse il terzo risentì un po’ del successo strabiliante ottenuto dai primi due, ma personalmente lo trovai sensibile e intrigante, ben raccontato. A quel punto, erano gli scampoli del XX secolo, impazzava ovunque la Auster-Wang mania, al cinema. Se ne parlava tanto; si organizzavano visioni private e collettive; le arene estive li riproponevano come fossero oramai dei cult-movie. E anche a distanza di anni, mi è capitato di imbattermi in un docente di cinema che, per le sue lezioni sul linguaggio cinematografico, ama riproporre l’incipit di Smoke!

E poi mi laureai.

“… cominciai ad interessarmi in modo più approfondito a tutta la produzione austeriana, soprattutto in ragione del fatto che alcuni temi e, per certi aspetti, lo stile e la struttura di alcune opere, si associavano nelle mia mente a quelli di un grande autore della letteratura italiana e mondiale: Italo Calvino. Abbozzai un’idea di progetto di tesi (che prevedeva un lavoro comparativo tra i due scrittori) e lo presentai al prof. Rubeo, il quale lo accolse con interesse e partecipazione, incoraggiandomi a proseguire in questa direzione.” [da R. Balestra, Paul Auster e Italo Calvino: tra Metafisica e Memoria]

Frontespizio della tesi

Non fu facile contattarti allora. Internet e le email muovevano i primi passi ed io ero terribilmente in ritardo, con la stesura della mia tesi. Solo in seguito scoprii che la tecnologia era qualcosa di alieno, per te [«I don’t like this kind of device», mi confessasti]. Di conseguenza, mi accontentai delle interviste rilasciate ad altri, che andavo raccogliendo da archivi, biblioteche, riviste letterarie sparsi un po’ ovunque tra Europa e Stati Uniti. Fu appassionante, come lo è fare ricerca. Più indagavo e più scoprivo, più volevo saperne, mai sazia di raccogliere anedotti, storie, rumors sulla genesi dei tuoi personaggi; sulla costruzione delle trame e sulle ambientazioni in cui li facevi muovere. E sempre di più trovavo analogie, similitudini, a tratti anche nel modo di comporre le storie, con Italo Calvino che, oggi come allora, sono certa abbia ispirato parte della tua produzione letteraria. Penso a Moon Palace [1989], a Leviatano [1992], a Il Paese delle Ultime Cose [1987] e non posso non scorgervi, in controluce, Le Città Invisibili [1972] o il dittico Il Castello dei Destini Incrociati e La Taverna dei Destini Incrociati [1973] o ancora Le Cosmicomiche [1967], e altre interconnessioni a tratti ravvisabili nelle tue opere. Defragmentazione narrativa e ars combinatoria; presente distopico e ottimismo tecnologico; vagabondaggi mentali e “aimless wandering”; ma soprattutto la solitudine dello scrittore intento a “giocare con le parole”, come un bambino con i suoi giochi, finché queste finalmente non “rimano” tra loro, generando scenari nuovi e inesplorati.

L’incontro

Roma, giugno 2003. Alla Basilica di Massenzio si svolge la 2ª edizione del Festival Internazionale delle Letterature. Tema di questa edizione è “Passato, futuro” e, tra gli ospiti internazionali, ci sei anche tu. È l’occasione che aspettavo da tanto. Per giorni, ho immaginato come sarebbe avvenuto il nostro incontro, ipotizzando ogni possibile scenario. Finalmente arriva la serata che ti vede ospite. Gli eventi sono ad ingresso libero, fino ad esaurimento posti, ma bisogna comunque procurarsi un biglietto d’ingresso, che viene rilasciato qualche ora prima dell’inizio dell’evento, garantendosi così la possibilità di accedervi. Mi prendo il pomeriggio libero dal lavoro e mi reco sul posto per procurarmi i biglietti, per me e i miei amici. La tesi ben stretta tra le mani. Non è voluminosa, appena 130 pagine. La copertina blu notte con i caratteri d’argento: la notte e le sue stelle. L’idea è quella di farmela autografare e conservarla, come una sacra reliquia, sullo scaffale tra i tuoi libri. Giunge la sera. I cancelli della basilica aprono alle 20:00 e c’è già una certa fila, in attesa di prendere posto per ascoltarti. I miei amici, intanto, mi hanno raggiunto.

L’emozione è tanta. La cornice che accoglie il festival ha una sua suggestione, che solo Roma è in grado di offrire: antiche vestigia cultuali che diventano scenografie naturali di eventi culturali contemporanei! Ti accompagnano Rita Marcotulli al piano e Giovanna Mezzoggiorno, che legge passi tratti da Oracle Night [2003], appena pubblicato da Einaudi. La serata scorre piacevole: è bello stare qui, ascoltarti ed essere testimone di un evento che resterà unico nella mia memoria [ma riproducibile all’infinito, ogni volta che lo ricorderò]. Il presentatore annuncia che alla fine della serata, sarai disponibile per il firmacopie. Resto per un attimo imbambolata, non so cosa fare, finché la mia amica, accanto a me, non mi dice: «Beh, che aspetti? Vai!» Mi alzo dal posto e mi dirigo verso il palco, da cui ti sei allontanato guadagnando il retropalco. Un energumeno presidia il cordone che divide te da noi. Mi avvicino con la tesi ben stretta al petto, ma lui mi blocca: «Signorina dove va, non si può passare». Per nulla intimidita, improvviso: «Sono Rita Balestra, il Signor Auster mi sta aspettando insieme alla sua agente». Apriti Sesamo! L’energumeno si fa da parte e mi indica l’uscita che porta al retropalco, dove ti sei momentaneamente ritirato, fintantoché non avranno allestito un tavolo per il firmacopie.

Mi avvicino, cauta ma sicura. Stai parlando con la tua agente italiana, in inglese, e con un’altra persona che ti ha lasciato un plico. Mi metto di lato in modo che tu possa vedermi, ma non ti disturbo. Tranquilla, aspetto che ti accorga di me. Credevo di tremare, di non riuscire a spiccicare parola, di fare insomma la figura dell’ebete. Invece, mi sento a mio agio. Iniziamo a parlare, in inglese. Senza presentarmi, come se ci conoscessimo già. Ti mostro la mia tesi, te ne parlo brevemente e noto che alle parole “Italo Calvino” ti si accende una luce nello sguardo: «Oh, I love him. Thank you». La conversazione continua per qualche minuto. L’agente Einaudi cerca di intrufolarsi tra di noi richiamando la tua attenzione e facendoti capire che hai poco tempo. Invece, ti intrattieni ancora con me e mi fai domande. Ti chiedo se puoi autografarmi la tesi. Mi chiedi se puoi averla. Ti rispondo che è in italiano ma che sarò ben felice di tradurla in inlgese per te e spedirtela a New York, magari su un CD. E qui mi confessi di non praticare la tecnologia, che proprio non ti piace e, con mio sommo stupore, profferisci le seguenti parole: «I can read in Italian». A questo punto, l’agente ti porta via e io rimango lì, come una statua di sale, la tesi ben stretta al petto. A passi lenti, non ancora in grado di realizzare che sia successo veramente, ritorno dai miei amici che mi subissano di domande: «Allora, com’è andata? Ci hai parlato? Che vi siete detti?». Resto incredula, frastornata, ruoto su me stessa e noto che, nel frattempo, hai preso posto al tavolo predisposto per firmare le copie e un capannello di persone già ti circonda, ciascuna con in mano la sua copia per la dedica.

Torno verso di te. Solo in quel momento mi rendo conto di non aver portato neanche uno dei tuoi libri. C’è ressa, tutti vogliono un tuo autografo [non ci sono ancora gli smartphone, dunque niente selfie]. Io mi metto in fila e con pazienza aspetto di arrivare davanti a te. Ecco, siamo di nuovo faccia a faccia, mi sorridi e io ti porgo la mia tesi: «Are you sure?», «Of course, I am». Ci stringiamo la mano. «Goodbye, Mr Auster!»

Paul Auster [La Presse]

Che La Musica del Caso accompagni il tuo viaggio, lontano dalla Città di Vetro, lasciandoti alle spalle Il Paese delle Ultime Cose mentre raggiungi il tuo Moon Palace, passando per Timbuktù dove hai scoperto, tanti anni fa, L’Invenzione della Solitudine. Il grande Leviatano è tornato a prendersi il suo Auggie Wren, mentre tutt’intorno impazzano
Le Follie di Brooklyn e un inesorabile countdown ci ricorda che è tempo di andare: 4 3 2 1. Buon viaggio, Paul!
[R. Balestra, 1/05/2024]

4 commenti su “Un mondo senza Paul Auster”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

error: Content is protected !!