Racconto autunnale

“Ciò che accade sotto l’ulivo, resta sotto l’ulivo”

La raccolta delle olive è un rituale al quale partecipo sempre col sincero trasporto del fedele per il suo dio. Lo considero un momento carico di sacralità, nel suo contatto con la Natura: l’Ulivo, pianta antica quanto sacra, richiama sempre in me il forte legame che mi unisce alla Terra, la prima Madre. Il Podere Saragio1 appartiene a una coppia di cari amici, Patrizia e Alberto, ed è un luogo speciale, magico addirittura. Perché c’è anche il bosco. E un ruscello, in fondo al bosco. E l’Uliveta confina con il bosco…

Le previsioni meteo per il venerdì (giorno d’inizio della nostra raccolta) prevedono pioggia e temporale in arrivo nel pomeriggio. Equipaggiati di ferrea volontà e di sano entusiasmo, non ci lasciamo scoraggiare e ci avviamo verso l’Uliveta (sì, in Maremma è femmina!).

È un paesaggio arcadico, quello che ci accoglie. Il campo, rasato qualche giorno prima, mostra la sua morfologia nella sua essenzialità: morbidi avvallamenti e quieti dossi accompagnano il dolce pendio del terreno dove sorgono gli ulivi, qualche pero, un ciliegio, fichi selvatici – “Che bella terra!”, sento dire alle mie labbra. Prima di stendere le reti e preparare gli strumenti di lavoro (rastrelli, cassette, cesoie e altro), facciamo una ricognizione lungo il campo per entrare in contatto con le piante e capire quali sono quelle più generose di frutto e quali lo sono meno. Come ogni anno, infatti, non tutte le piante sono ugualmente produttive, il perché dipende da vari fattori, uno su tutti: il naturale riposo della pianta dalla produzione precedente.

Sono diversi anni che vengo in Maremma “a dare una mano” ai miei amici nella raccolta delle olive, tra le attività agricole, per me la più “spirituale”. Il senso di pace che regna in un campo di ulivi, dove non si usano macchinari rumorosi come trattori, abbacchiatori e scuotitori elettrici, ha un che di mistico, di comunione col divino. Qui, al Podere Saragio, la raccolta si fa “all’antica”, con lunghe scale di legno lavorate a mano, grandi reti stese ai piedi dell’albero, rastrellini a mano con cui “pettinare” i rami ricchi di frutto maturo e oleoso e cassette in cui raccoglierlo, una volta pulita la pianta. Anche se non si è soli, tuttavia si fatica a parlare. Non che ciò non accada. Solo, si preferisce non farlo, o comunque si parla poco. Le sporadiche conversazioni hanno una qualità sommessa, di segreta intimità: “ciò che accade sotto l’ulivo, resta sotto l’ulivo”, quasi a sottolinearne l’accento confessionale più che trasgressivo2.

È il contatto con la pianta e con il suo frutto che mi chiama più di tutto. Anche i pensieri si acquietano, adattandosi simbioticamente all’atmosfera quieta e pacifica che circonda l’intero campo. Una meditazione silenziosa, intervallata solo a tratti dal dialogo interiore con me stessa, profondo e fecondo… In questi momenti, è bello ascoltare il suono del vento tra i rami; le foglie semplici e appuntite, creano una delicata sinfonia, che ben si accorda con il tamburellìo delle drupe che, cadendo, urtano i pioli della scala. La vista, anch’essa, ne beneficia grazie al contrasto cromatico tra le foglie, argentee sul retro, e il nero corvino della Moraiola3, la cui sferica rotondità ricorda una perla nera. È tutto il corpo che partecipa a questa danza silenziosa a cui l’ulivo invita. Sì, una danza.

Quando arrivi sotto l’albero, inizi a raccogliere dai rami più bassi. Non hai bisogno di scala e puoi facilmente girarci intorno finché ce n’è. Poi il frutto lo vai a prendere un po’ più su; allora ti allunghi fino a raggiungere la punta del ramo e delicatamente lo tiri verso di te. E il ramo si flette, e ti offre generosamente il suo tesoro. E man mano che vai avanti, ti rendi conto di quanto il tuo corpo, poco avvezzo ad allungarsi e ancor meno a salire sugli alberi (o perlomeno non più!), sia plastico e si adatti con facilità ad una condizione inusuale per lui. Allora ti ritrovi ad arrampicarti tra i rami dell’ulivo fin dove riesci e scopri di arrivare dove non avresti immaginato. Diventi una sola cosa con l’albero ed è poesia… senti che l’equilibrio naturale ti sostiene, la pianta ti accoglie e si concede generosa a te. Si affida alla tua cura come tu ti affidi alla sua, e la prospettiva da cui guardi il tutto cambia notevolmente.. l’abbracci e ti lasci abbracciare e intanto, col tuo rastrellino, pettini via le olive dai suoi rami. E in silenzio, ringrazi.

Poi viene il momento di incassettare le olive. Raduniamo la grande rete stesa sotto l’albero, di modo che le olive convergano tutte in un punto, e passiamo alla pulitura da foglie e rametti. Questo è il vero momento di condivisione di tutto il processo di raccolta: inginocchiati o seduti a terra, con le mani nude si toglie via il superfluo, rimestando le olive più e più volte. Questo atto del rimestare a mani nude ha un che di sensuale, acuisce il tatto che beneficia del contatto oleoso e serico delle olive. Lo paragono, per intensità e profondità di significato, all’atto di impastare il pane a mano: questo contatto manuale con i princìpi del nutrimento, custodisce in sé un frammento di indicibile beatitudine.

E intanto si è fatta una certa ora. Messi da parte lirismo e arcadica atmosfera, ci concediamo una prosaica, quanto meritata, pausa pranzo. Ha un gusto diverso, il cibo consumato in piena campagna, tra un’attività e l’altra: è più buono. Non è solo pane e formaggio (o salame, frittata o quel che è) e un bicchiere di rosso. È questo, più ciò che lo ha preceduto: il lavoro, l’aria buona, la compagnia.

A fine giornata, recuperiamo soddisfatti il prodotto del nostro lavoro, ringraziando l’Uliveta con un arrivederci al giorno dopo. Quando la raccolta reinscenerà il suo rituale.

L’ultimo giorno, prima di raccogliere tutto e andarcene, ho chiesto al mio amico di fare un saluto al Bosco, accanto all’Uliveta. È stato come passare da un regno a un altro. L’ingresso del Bosco è piantonato da una enorme Leccia secolare, un albero maestoso, possente e con rami talmente lunghi e pesanti che a volte crollano, purtroppo, sotto il loro stesso peso. La luce è ridotta rispetto al campo degli ulivi, e i rumori… un concerto di suoni e versi che testimonia della varietà di specie che lo abitano. Ho avuto anche il privilegio di incontrare, vis à vis per la prima volta, un tasso!

A poca distanza, sorge un’altra quercia, altrettanto possente e antica, quella che io chiamo: la Quercia Madre. Le due si fronteggiano e sono poste all’ingresso del Bosco, segnando la porta d’accesso al bosco stesso. Nella mia mente, le associo ai guardiani dei templi giapponesi, i sacri Niō, i due custodi che obbligano chiunque passi attraverso il Niomon, ovvero il cancello di accesso al tempio, a essere scrutati dal loro sguardo di pietra. Sacro con sacro.

Per impegni personali, non ho potuto trattenermi fino alla molitura, ma so che c’è stata una buona resa e che il risultato finale è di eccellente qualità. Grazie, Uliveta. Grazie, Podere Saragio. Om Shanti!

* * *

Un po’ di… mito

Esistono diverse leggende e miti sulle origini della pianta d’ulivo, che la fanno risalire a migliaia di anni fa. E sin da allora, è sempre stata considerata pianta sacra, un dono degli dèi, per la varietà dei suoi usi. Per le sue molteplici proprietà medicamentose, nutritive e cosmetiche. Per il suo valore spirituale, grazie all’uso dell’olio nei rituali e nelle funzioni religiose, praticato in ogni epoca, a varie latitudini e in tutte le religioni, pan- e monoteistiche. Per il suo valore simbolico di pianta emblema di Pace e di Rinascita (la colomba e il ramoscello di ulivo nell’iconografia cristiana); di Vittoria (la ghirlanda d’ulivo con cui si incoronavano gli atleti vincitori dei giochi olimpici e gli eroi distintisi in battaglia); di Fedeltà e Unione coniugale (il talamo di Ulisse fu intagliato da lui stesso da un grande e antico ulivo, attorno al quale costruì poi la stanza nuziale).

La più popolare, tra le narrazioni mitologiche, racconta che un giorno Athena, figlia di Zeus, chiese al padre che le venisse consacrata la regione dell’Attica. Poseidone, dio dei mari, si contrariò poiché anch’egli da tempo attendeva che gli fosse concesso il dominio su questa regione. Ne nacque una diatriba. Zeus, allora, indisse una sfida tra i due: chi avesse fatto alla città il dono più utile, ne avrebbe guadagnato il dominio. Poseidone scagliò il suo tridente a terra e ne nacque il cavallo, simbolo di forza bellica e di coraggio, un grande aiuto per l’umanità. Athena percosse con forza il suo giavellotto nel suolo roccioso e ne scaturì un albero di ulivo, simbolo di prosperità che nasce dalle pace. L’Attica fu consacrata ad Athena e la capitale ne porta il nome: Atene.

Note:

1 Il Podere Saragio è uno dei quattro poderi della frazione Tatti, comune di Massa Marittima (GR), raccontato nel documentario “Volere è Podere” del regista Carlo Simeoni, presentato fuori concorso all’ultima edizione di CinemAmbiente di Torino (ottobre 2021), qui il trailer https://www.youtube.com/watch?v=vlVN6ExOPS0

2 L’espressione è un libero adattamento dall’originale inglese – “what goes on stag, stays on stag”, che si usa negli addii al celibato (= stag), come mi racconta Alberto, dove tutto ciò che avviene non deve trapelare all’esterno.

3 Podere Saragio conta una sessantina circa di piante di ulivo ma di diversa varietà: la Moraiola, il Leccino, la Frantoiana e la pregiata Lazzero Pratigiano.

*Le foto in questo articolo sono dell’autrice, salvo ove indicato. La foto di Athena e Poseidone è scaricata da internet priva di paternità.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

error: Content is protected !!