La resilienza dei Turkana

“Quello che mi interessava rappresentare è il rapporto di questo popolo con la Natura, unica fonte di sostentamento, che sta mutando velocemente, costringendo una comunità di pastori nomadi a trasformarsi in pescatori o a migrare nelle città” [Maurizio Di Pietro, 19/07/2024]

Mi addentro nello spazio denominato “La Mimosa”, un’area espositiva situata all’interno dello storico Palazzo Caetani [XVI sec.] di Cisterna di Latina, sede in questi giorni della 10a edizione del CFF 2024 – Festival Internazionale del Cortometraggio, per visitare la mostra fotografica di Maurizio Di Pietro dal titolo “Turkana’s Resilience”. Lo spazio è suggestivo; le stanze piccole, quasi delle celle monastiche senza finestre, dagli alti soffitti e le pareti in pietra su cui risaltano, in armonico contrasto, gli scatti incorniciati di bianco di Di Pietro. Austerità monacale e minimalismo zen fanno da contorno a questo racconto.

Un racconto etnografico per immagini, il documentario fotografico di Maurizio Di Pietro descrive le strategie di resistenza di un popolo nomade, dedito alla pastorizia e alla pesca che lotta contro un nemico inesorabile, per garantirsi la sopravvivenza: i cambiamenti climatici.

Le immagini, le storie di vita che ciascuna di esse rappresenta, trasmettono rispetto per il soggetto che raffigurano: non c’è l’invadenza voyeuristica in vissuti degenerati per l’indigenza. C’è, invece, la discrezione di chi racconta senza giudizio verso ciò che vede; la restituzione della dignità di un popolo fiero della sua appartenenza, capace di adattarsi a condizioni ambientali sempre meno generose; la fiducia concessa all’occhio fotografico, altrimenti perturbante, per la sua capacità di raccontarla rispettandola. Tassello dopo tassello, Maurizio Di Pietro compone un puzzle narrativo di notevole qualità artistica, frutto di conoscenza [più di tre anni di lavoro], passione e cura per il proprio e per l’altrui lavoro.

Ho l’opportunità di scambiare qualche impressione, fargli qualche domanda su come si è avvicinato a queste persone, se ha potuto godere di appoggi in loco che gli permettessero di introdurvisi, avvalendosi di una sorta di “endorsement”, da parte di guide locali, missionari, ong. Mi racconta di come in realtà non sia facile né semplice farsi accettare in questi contesti: un “mzungu” [vocabolo bantu comunemente tradotto con “colui che non ha pelle d’ebano”, ma esistono altre verisoni] è sempre visto con sospetto, per cui bisogna «avere pazienza, sapersi far accettare dimostrando di non essere lì per predare bensì per documentare, sul lungo periodo, le pratiche di sopravvivenza messe in atto». Noto la scarsa presenza femminile, tra i protagonisti delle sue foto: «Le donne sono dedite alla cura dei figli e delle famiglie: non cacciano, non pescano, non portano il bestiame al pascolo; trasformano in cibo quanto procurato dagli uomini». Esistono una diffidenza e un pudore maggiori, per cui non si lasciano avvicinare facilmente, soprattutto da uno straniero, ma quando lo fanno, ha quasi il valore di una ricompensa per il trattamento di rispetto ricevuto. Mi fa pensare a questo, l’unica immagine che mostra una donna Turkana e la sua vulnerabilità.

Sono ancora tante le domande che vorrei rivolgergli su questo popolo, sulla sua esperienza di viaggiatore/documentatore, sul confronto tra le rispettive esperienze “di campo” in contesti difficili, ma mi rendo conto di star approfittando della sua disponibilità e che anche altri hanno curiosità da soddisfare. Non posso però non domandare a Maurizio Di Pietro delle pale eoliche che occhieggiano all’orizzonte di alcune delle sue immagini. Mi conferma che si tratta di un progetto internazionale [con capofila il Danish Climate Investmet Fund1, n.d.r.] e che a beneficiarne è la popolazione stessa, in un’ottica di affrancamento dai combustibili fossili, fino ad oggi unica fonte di energia, grazie alla conversione alla Green Energy da parte del governo kenyano.

L’augurio è che, oltre all’accesso a fonti di energia rinnovabile, i Turkana possano continuare a vivere secondo la loro Cultura agropastorale, che invece sta subendo una considerevole trasformazione, non solo a causa delle mutate condizioni climatiche ma anche per la costruzione della diga sull’Omo River [le cui acque defluivano nel Lago Turkana] nella confinante Etiopia, che ha interrotto l’apporto di acqua al lago, e che perciò si sta ritirando: «L’innalzamento della temperatura di 3 gradi fa sì che le porzioni di territorio utili al pascolo del bestiame siano sempre più ridotte; che l’acqua scarseggi sempre di più; che per abbeverarsi si ricorra all’acqua salata del Lago Turkana, quando non si ha accesso ai pozzi d’acqua dolce e che, per questo, sempre più persone sono costrette a migrare verso le città, in particolare a Nairobi dove, invece di trovare opportunità di vita migliori, spesso vengono risucchiate dalla miseria delle baraccopoli [slums], nelle periferie urbane, e dalla criminalità». Grazie, Maurizio Di Pietro per questa bella mostra documentaria.

Turkana’s Resilence in mostra fino a Domenica 21 luglio a Palazzo Caetani, nell’ambito della manifestazione CISTERNA FILM FESTIVAL 2024 – Festival Internazionale del Cortometraggio, 10a edizione

Note:

  1. Successivamente DCIF ha venduto la sua quota a BlackRock [n.d.r.]
  2. Tutte le foto in questo articolo sono a cura di Rita Balestra, autrice del testo, compresa l’immagine di copertina che ritrae una foto di Maurizio Di Pietro, autore anche dell’immagine della locandina della mostra.

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